Una “Stagione Particolare” è la Stagione 2016 del Piccolo Teatro dei Condomini, luogo storico per gli artisti reatini, un fiore all’occhiello della nostra città che ha visto nascere artisti del nostro territorio e che oggi si trova ad essere palcoscenico per molti attori emergenti della scena teatrale italiana.

Si comincia il 29 gennaio con lo spettacolo “Tu, mio” – per la regia di Marianna Esposito – liberamente tratto dall’omonimo libro di Erri De Luca, l’avventura estiva di un adolescente del dopoguerra.

Luca Gaeta, con il suo “Le Dissolute Assolte” ci condurrà invece dentro una ex casa chiusa dove abitano le donne che Don Giovanni ha reso immortali, inserendole nel suo “famoso catalogo”.

Giovanni Firpo, neodiplomato all’Accademia Nazionale di Arte Drammatica Silvio D’Amico, proporrà “Dreams of Dreams” mentre il regista Fabrizio Nardi con “Sei mai stato innamorato?” racconterà l’amore al tempo dei social network.

Ricchissima la proposta musicale che vedrà salire sul palco il duo di fama internazionale Alessandro Bravo e Aldo Bassi con il loro jazz, Carlo Valente con il suo ultimo Ep “Crociera Maraviglia” Germano D’Ambrosio ed Emanuele Micacchi con il tributo a Luigi Tenco “Guarda se noi” e il Musi’ Trio Maria Rosaria De Rossi – Sandro Sacco – Paolo Paniconi con “Sonata Latina”.

Attenzione anche al teatro del territorio con “Quelli di Campo Reatino” di Francesco Rinaldi“Il Cantico dei Toccati da Dio” della compagnia teatrale “Teatro Alchemico”“Ladri di Girasole” della compagnia teatrale “Il Pipistrello” e “Il Covo degl’Angeli” di Ugo Fangareggi.

Dal nostro inviato 

Francesco Aniballi

LADRI DI GIRASOLI – “È Natale, è Natale anche qui in guerra”

di Marta Rinaldi
Dallo spettacolo “Ladri di girasoli”, andato in scena al Piccolo Teatro dei Condomini il 22 ed il 23 Aprile, prorompe cruda e pungente la barbarie inumana della guerra.
Attraverso le parole di Gianni Lucandri e la regia di Massimo de Jiliis, la compagnia “Il pipistrello” ha portato sul palco la tregua di Natale nata spontaneamente su diversi fronti nel 1914.
Ad essere rappresentato è il fronte occidentale che contrappone inglesi e tedeschi.
John e Hans indossano divise differenti, ma il Natale inibisce l’antitesi che lega quei due colori. E se del contrasto una traccia resta, questa si limita a segnalare l’appartenenza a due schieramenti che si sfidano su un improvvisato campo da calcio.
L’atrocità della Grande guerra, e con essa la brutalità di ogni conflitto armato, è resa particolarmente aspra perché lasciata aleggiare sui racconti, sulle confidenze e sulle speranze dei due soldati. In questo modo essa è posta direttamente accanto a ciò che è giunta ad interrompere e che rischia di infrangere irrimediabilmente. La tragedia collettiva è calata nella dimensione personale: alla nostalgia viene associato un nome, alla casa agognata una località, alle vite in pericolo nelle trincee una storia.
Ancor più di quello citato, un altro aspetto lascia emergere l’efferata ferocia della guerra: i soldati che si affrontano sul campo di battaglia sono nemici per conto di altri. La guerra non li riguarda, ne sono soltanto pedine. La retorica profusa dai vertici ed incarnata dai generali dei due eserciti ha disegnato per loro un’opposizione. E così sono stati gettati nel dramma dell’essere umano che, alienato dalla propria umanità, la uccide uccidendo il suo simile.

“CAMPO REATINO”, FRANCESCO RINALDI: CONOSCERSI PER AMARSI, AMARSI PER FARSI AMARE

di Marta Rinaldi

Venerdì 15 aprile, ore 9. Al “Piccolo Teatro dei Condomini” il regista Francesco Rinaldi racconta gli ultimi centocinquanta anni della città di Rieti attraverso alcune delle realizzazioni industriali che l’hanno caratterizzata. Il racconto arriva direttamente dalla sua voce e traccia le linee di quel campo reatino che dà il titolo alla serata. Va in scena una rappresentazione che trova il suo fine nella consapevolezza del territorio cittadino, di ciò che ha prodotto e di ciò che potrebbe ancora produrre.

Lo spettacolo tarda ad iniziare. Chi arriva rivolge un saluto generale. L’ambiente è familiare, caldo, accogliente.

Veniamo fatti accomodare in sala. Lo spazio ristretto, volutamente poco illuminato, e la struttura semicircolare digradante creano un’atmosfera raccolta. La posizione delle poltrone proietta gli spettatori sul palco, come se di ciò che sta per andare in scena essi non fossero semplici osservatori, ma parte integrante attivamente coinvolta.

La rappresentazione comincia, si parte.

Siamo in un paesino ottocentesco i cui pochi abitanti sono toccati dalle scintille della Rivoluzione Industriale. Si apre con la storia del grande cambiamento che lo zuccherificio portò con sé, con gli accordi tra l’industriale svizzero Maraini ed il principe Potenziani, con le vicissitudini che interessarono la Viscosa, con le eccellenze da essa raggiunte e con la vita condotta dai suoi operai. Il racconto prosegue con la costruzione dell’aeroporto, attraversa la Seconda Guerra Mondiale ed arriva fino alla repressione delle potenzialità che questa struttura possedeva.

Le parole del registra Francesco Rinaldi sono condite dalla immagini che si rincorrono sullo sfondo e dai canti in dialetto che si alternano alla sua voce.

La narrazione si snoda tra luoghi noti e nomi familiari, punti di contatto fra chi guarda e ciò che va in scena: è la storia di tutti. Ma non è solo di storia che si parla, non si tratta soltanto di quello che è stato, ma anche di ciò che potrebbe ancora essere. Si riassaporano i frutti che “campo reatino” ha già dato per immaginare di gustare quelli che potrebbe ancora offrire. Le parole del regista non hanno insinuato nozioni sterili in che le ha raccolte, ma i semi di una conoscenza da innaffiare e curare.

Il filo sotteso ad ogni canzone, ad ogni fotografia, ad ogni dato e ad ogni intervento è fatto di quella conoscenza che solleva problemi e che è preambolo del migliorarsi, di quella conoscenza che permette di amarsi e di farsi amare.

SONATA LATINA

di Francesco Aniballi

Sono note struggenti quelle del tango, note d’amore forte, passionale ma anche di nostalgia. Amore che nasce in una milonga, malinconico locale dove la musica ed il ballo si fondono in un’anima ed un corpo unico. Il ritmo sincopato del bandoneon accompagna i pensieri ed il tormento dell’anima. Sensazioni d’altri tempi in un’Argentina anni ‘30.

Le stesse emozioni d’oltreoceano le hanno fatte provare agli spettatori del Teatro dei Condomini, Maria Rosaria De Rossi, Paolo Paniconi e Sandro Sacco con la loro “Sonata Latina” spettacolo inserito nella programmazione della stagione del grazioso teatro di Via di Mezzo a Rieti. Una milonga improvvisata, luci calde, ambiente intimo hanno proiettato i sabini in Argentina ed Uruguay luoghi in cui il tango è nato e cresciuto nella prima metà del secolo scorso. Sono emozioni allo stato puro quelle racchiude il tango, sono storie di vita, attimi di pura bellezza artistica. Il flauto di Sandro Sacco ed il virtuosismo al pianoforte di Paolo Paniconi hanno fatto da accompagnamento all’appassionata esecuzione del soprano Maria Rosaria De Rossi bravissima e coinvolgente anche nell’ottima interpretazione dei testi. Adios Noninos, Libertango, Tango del Angel sono soltanto alcuni dei brani proposti che hanno incantato la platea. A battere il ritmo le percussioni di Carlo Ferretti anch’egli ottimo esecutore dei brani di Astor Piazzolla e di altri eccellenti esponenti del tango sudamericano. Ad impreziosire la serata immagini e contributi video che scorrevano proprio sopra i musicisti. Insomma una serata dal sapore latino che ha incantato il pubblico reatino che ha affollato ancora una volta il Piccolo di Via di Mezzo.

CARLO VALENTE: “ONDA SU ONDA” LA CROCIERA MARAVIGLIA APPRODA A RIETI 

di Francesco Aniballi

C’è qualcosa di particolare nello spettacolo di Carlo Valente “Crociera Maraviglia” andato in scena il 19 marzo 2016 al Piccolo Teatro dei Condomini di Rieti. Forse è la scenografia minimalista, forse la verve del cantautore reatino, forse proprio quella valigia che prepotentemente irrompe sul palcoscenico a ricordare il titolo dello spettacolo. Cos’è “Crociera Maraviglia”? Innanzitutto è un viaggio, un racconto di una traversata della speranza che dalle coste dell’Africa Settentrionale arriva a Lampedusa ma anche il titolo dell’ultimo lavoro di questo romantico cantautore vincitore del premio De Andrè a Roma. Una crociera che “onda su onda”, concerto dopo concerto ha fatto scalo a Rieti. Un insieme di parole, ritmi e suoni che riassumono il percorso musicale del giovane autore di Fiamignano. Un po’ emozionato, forse proprio perché su un palcoscenico di casa, Carlo ha dato prova del suo talento musicale ma non solo. E’ stato in grado di appassionare il pubblico con le sue romantiche descrizioni ai pezzi, ha raccontato con timida discrezione momenti della sua vita da cantautore trascorsi tra Bologna e quel Cicolano che tanto l’ha ispirato e tanto gli dato artisticamente e musicalmente. Infatti Carlo cerca di imbastire i testi delle sue canzoni partendo dalla vita vissuta: gli anziani al bar del paese, le serate passate a cantare con gli amici sempre in quel bar luogo di tante sbronze e delle infinite notti. E poi il ricordo di quei tanti strumenti suonati o ascoltati proprio nel piccolo mondo fatato di un abitato della provincia di Rieti. Poi il trasferimento a Bologna. La patria dei musicisti. Dalla, Guccini cantautori ineguagliabili che hanno influenzato non poco Valente. Ma anche De Gregori, De Andrè e Ivan Graziani: tutti ricordati dal cantautore in brevi cover suonate live nell’ambiente intimo del Teatro dei Condomini dove la celebre quarta parete ben presto scompare assieme alla tensione e all’ansia da palcoscenico. Cosa ci riserverà Carlo nel futuro? Beh questo non è dato sapersi però, e questa è una certezza, il ragazzo cresciuto tra il  “Rimmel” di “Agnese” in un “4 marzo 1943” di strada ne farà … e tanta.

SEI MAI STATO INNAMORATO? … AI TEMPI DEI SOCIAL NETWOEK

di Francesco Aniballi

Meglio vivere un amore vero o una storia fugace da social network? È l’interrogativo alla base della commedia “Sei mai stato innamorato?” andata in scena a Rieti il 4 e 5 marzo 2016 al Piccolo Teatro dei Condomini nell’ambito della “Stagione Particolare”. L’amore ai tempi di facebook potrebbe essere il sottotitolo ideale per questa brillante opera teatrale diretta da Fabrizio Nardi. Due amici, due giovani d’oggi scanzonati ed un po’ viveur trascorrono il pomeriggio di un ideale weekend a parlare delle loro conquiste attuali e passate. Il “terreno di caccia” è il web, come oggi accade purtroppo molto frequentemente, prediligendo una conoscenza molto superficiale e sommaria stravolgendo innaturalmente i rapporti interpersonali tra coetanei … e non solo. Tra un commento ed un apprezzamento sulle foto di alcune ragazze, Marco (Marco D’Angelo), il più scanzonato dei due amici protagonisti, cerca di spronare Manuel (Manuel Plini), più sentimentale, verso questa nuova frontiera dei rapporti social. I due ragazzi sono amici d’infanzia ed hanno condiviso tutto, ma questa volta Manuel sconvolge l’amico parlandogli di amore vero confessandogli di volersi innamorare sul serio. Marco pensa che Manuel sia impazzito e cerca di scuoterlo tentando riportarlo sulla retta via del divertimento. Tuttavia Manuel vuole davvero innamorarsi e confida di essersi invaghito di una ragazza di nome Barbara (Noemi Bordi) che lavora in un bar di un isolato vicino. Marco sempre più sconcertato, ma al contempo felice per l’amico, decide a malincuore di aiutare il novello Romeo a conquistare la sua amata Giulietta anche con l’aiuto del fratello di Manuel, Patrizio (Marco Todisco). Tra eventi rocamboleschi e situazioni imbarazzanti, la bella Barbara arriva a casa di Manuel: ma un colpo di scena farà mutare il normale corso della storia. Infatti, grazie all’interessamento di un birichino cupido che ci mette il suo zampino, l’amore trionferà … ma in senso inverso.

“Sei mai stato innamorato?” è una commedia che, nonostante sia tutta da ridere, ha dei risvolti che inducono lo spettatore ad una seria riflessione sui costumi sociali dei giovani d’oggi e su quanto i rapporti interpersonali stiano repentinamente mutando. Nonostante ci siano ancora avamposti di resistenza che aborriscono la “new social communication”, risulta davvero complicato cercare di andare contro questa consuetudine contemporanea. Davvero bella la scenografia che, fin da subito, colpisce e catapulta lo spettatore nella storia. L’abitazione di un giovane d’oggi è riprodotta in maniera particolareggiata ed originale. Azzeccata la figura della vicina di casa invadente, interpretata anch’essa da Noemi Bordi, ruolo che l’attrice romana impersona bene forse estremizzando un po’ troppo movenze ed atteggiamenti di una signora di una certa età. Insomma una commedia divertente ed esilarante che fa trascorrere due ore senza pensieri ed in completo relax.

UN WEEK-END “PARTICOLARE” A RITMO DI JAZZ 

di Francesco Aniballi

“Tutti quanti voglion fare jazz, perché resister non si può al ritmo del jazz” cantava uno dei gatti musicisti nel film “Gli aristogatti” … ed aveva ragione! Il ritmo del jazz travolge, compenetra, scuote le emozioni. Poi se chi esegue i brani riesce ad interpretarli in maniera eccellente allora il gioco è fatto. Il duo Bassi – Bravo, pianoforte e tromba, che si è esibito a Rieti al Piccolo Teatro dei Condomini, ha suscitato tutto questo nell’io più interno degli spettatori sabini. Davanti ad una platea incantata i due artisti hanno eseguito melodie classiche del repertorio jazz americano: il più ricco ed il più antico. Suoni striduli della tromba, ma molto affascinati e coinvolgenti, accompagnati dalla suadente musica del pianoforte hanno fatto viaggiare nel tempo la platea fino all’America della seconda metà dell‘800; periodo in cui a NewOrleans nasceva il genere musicale che ancora oggi affascina migliaia di persone. Ma il repertorio dei due virtuosi artisti ha spaziato anche verso arrangiamenti in chiave jazz di brani classici della canzone napoletana. Il romanticismo delle melodie partenopee è come venuto fuori prepotentemente dalle note “acide” della tromba di Aldo Bassi e da quelle dolci del piano di Alessandro Bravo. Ma il valore aggiunto dello spettacolo, che poi è anche il segreto del jazz, è stato il notevole affiatamento tra i due. Quest’ultimo è di certo l’ingrediente fondamentale nella ricetta per un buon jazz, ma ciò che crea l’amalgama e rende tutto “ben temperato” è l’improvvisazione. I due Maestri hanno dimostrato di saper ben dosare tutti gli elementi basilari suonando una musica calda, coinvolgente che ha stimolato dal profondo le emozioni: non poteva essere altrimenti in una stagione teatrale “particolare”!

LE DISSOLUTE AMPIAMENTE ASSOLTE DAL PUBBLICO REATINO

L’opera di Luca Gaeta riscuote un gran successo al teatro dei condomini. Tutto esaurito nelle due serate di rappresentazione

di Francesco Aniballi

C’è una tenutaria, scusate una maman, di un ipotetico bordello degli anni ’50. C’è un servo ruffiano, Leporello, ed otto donne che vivono in una casa di tolleranza straziate dall’amore verso un uomo che le ha sedotte e poi abbandonate. Sono le “dissolute donne” divenute famose, ma anche dannate, a causa di un catalogo nel quale il famigerato tombeur de femmes Don Giovanni annota, con dovizia di particolari, il totale esatto delle sue conquiste e le personali performance. Donne che, da una parte, sono ancora innamorate dell’affascinante uomo di leggendarie origini spagnole ma, dall’altra,  lo odiano poiché il dolore dell’abbandono le ha ridotte chi alla follia, chi alla pratica del mercimonio del proprio corpo. Otto donne, dunque, che si ritirano in un bordello per espiare le proprie colpe sperando di essere assolte dalla dissolutezza dei loro costumi indotta, loro malgrado, dall’ammaliatore Don Giovanni. È questa l’impalcatura alla base della piéce teatrale “Le dissolute assolte (ovvero le donne del Don Giovanni)” scritta e diretta da Luca Gaeta, andata in scena il 19 ed il 20 febbraio 2016 al Piccolo Teatro dei Condomini di Rieti. L’ambiente intimo e ristretto del teatro di via di Mezzo ha permesso alla compagnia capitolina di ricostruire non soltanto l’ambiente di una casa chiusa ma anche l’atmosfera di un luogo che per molti è stato di iniziazione, per altri momento di puro flanellismo e, per altri ancora, semplice momento di svago. Mentre all’esterno di via di mezzo luminose lampadine mettono in luce il “menù” della casa con la descrizione dei prezzi, all’interno abat jour arancioni e teli rossi di broccato accolgono gli spettatori – clienti catapultati dal centro di Rieti in una sala d’aspetto hot. La maman, interpretata da Annamaria Zuccaro, intrattiene all’esterno gli astanti desiderosi di entrare invogliati dalla stessa meretrice ad acquistare il biglietto d’ingresso. Tutto sembra reale anche le raccomandazioni che Leporello, Marco Giustini, servo ruffiano del fu Don Giovanni e guida all’interno del microcosmo del piacere,  rivolge a tutti … soprattutto ai maschietti un po’ troppo esuberanti. Qualche altra chiacchiera e battibecco con la maman e Leporello da il segnale: potete entrare. Una “dissoluta”, Nela Lucic, suona la fisarmonica. Lili Marlene è il motivo che viene suonato ed intonato anche a voce dalla collega, impersonificata da Adele Perna. La melodia della seconda metà degli anni ‘30 accoglie gli spettatori nella realtà discinta che fa da base al racconto accorato e tragico affidato alla viva voce delle stesse Signorine già incontrate e delle altre donne protagoniste: Valentina Ghetti, Glenda Canino, Cassandra De Rosa, Alexandra Mogos, Priscilla Micol Marino. Ognuna descrive il proprio dolore straziante avvertito a volte come un fuoco che divampa dall’interno e brucia fino a soffocare ed a volte come insana follia che porta alle copiose lacrime e alla disperazione struggente. Come accade a Zerlina che si rifugia nell’alcol pur di non avvertire questa sofferenza.

Un’opera di certo drammatica quella di Gaeta, ma che lascia spazio, attraverso una sottile ironia, alla riflessione e, perché no, anche a momenti di ilarità. Castigat ridendo mores esortavano i latini; e così ha fatto il drammaturgo romano. Attraverso la rappresentazione teatrale ha portato in scena un tema sociale divenuto di stretta attualità: il rispetto della donna vista non come semplice oggetto sessuale o come mero strumento di piacere. Il regista sottolinea questo aspetto facendo entrare in scena le “sue” donne quasi completamente in intimo.

Notevole la performance di Marco Giustini il quale fin da subito instaura un’ottima chimica con il pubblico prima dell’ingresso in platea. Menzione particolare deve essere tributata a Glenda Canino che porta in scena magistralmente Zerlina. Il ruolo della disperata per amore sembra creato e scritto su misura per lei. E poi Adele Perna brava anch’essa soprattutto nel saper alternare in maniera esatta e puntuale tragicità e comicità ad inizio e fine apparizione lasciando uscire anche la sua anima siciliana. In ultimo, ma non ultima, Priscilla Micol Marino, notevole nel suo ruolo drammatico di declamatrice delle gesta del Don Giovanni. Un’opera davvero coinvolgente, dunque, non volgare nonostante paillettes e reggicalze possano far intendere altro. Bravo Luca Gaeta, in conclusione, per aver amalgamato assieme abilmente sensualità, comicità e temi sociali in un unicum davvero ben riuscito.

LUIGI TENCO: UNO SCONOSCIUTO AEDO SPIRITOSO

di Francesco Aniballi

Germano D’Ambrosio ed Emanuele Micacchi fanno scoprire a Rieti un lato del cantautore ligure che non ti aspetti.

Un suicidio ed una tristezza infinita. Sono questi i membri di una equazione che restituiscono, il più delle volte a torto, il risultato Luigi Tenco. Un avvenimento: suicidio, una parola: tristezza,  un aggettivo più che caratterizzante: infinita, hanno connotato e continuano a connotare quasi come un marchio l’uomo ed il cantautore ligure. Certo non sorrideva spesso Tenco. Le sue canzoni, il più delle volte, avevano un significato profondo frainteso come triste se analizzato soltanto da un punto di vista superficiale ed asettico. Infatti le melodie ed i testi, che a primo acchito posso sembrare del tutto malinconici e melanconici, se analizzati in profondità cantano l’amore, la realtà sociale dei suoi tempi. Una realtà sociale che l’artista decide di narrare anche attraverso le ballate: eccezionali strumenti di satira che, non poche volte, lo costrinsero ad abbandonare i palcoscenici di riguardo.

L’altro Tenco, dunque, il cantautore sociale, l’aedo spiritoso, paradossalmente anche allegro, quello sconosciuto ai più, insomma, è stato descritto nello spettacolo – tributo “Guarda se noi” andato in scena al Piccolo Teatro dei Condomini a Rieti. Germano D’Ambrosio, che da anni ormai è conosciuto a Rieti in coppia con Luca Di Benedetto nel duo “Luca e Germano”, si è preso la briga di approfondire il percorso artistico del cantautore ligure ricordato più per il suo gesto che per la sua vasta produzione musicale. Germano, assieme al Maestro Emanuele Micacchi che ha arrangiato in una velata chiave blues e jazz non solo le famose ballate del ’64 – ’65 ma anche celebri testi, ha voluto sdoganare Tenco dalle etichette ed i facili stereotipi per farlo rivivere nel valore più vero, autentico e profondo. L’atmosfera intima del Teatro, tutto esaurito nelle due serate del 13 e del 14 febbraio 2016, ha reso l’atmosfera ancora più intensa e carica di emozioni. Cara Maestra, La Vita Sociale, Hobby, Lontano lontano, sono solo alcune delle canzoni interpretate con trasporto e coinvolgimento dai due protagonisti della serata. La scelta delle date non è stata casuale. Infatti lo spettacolo è andato in scena non soltanto a ridosso di San Valentino,  Tenco ha cantato l’amore in tutte le sue forme in maniera profondamente dolce e tenera, ma anche  in concomitanza della finale del Festival di San Remo quasi a mò di risarcimento morale verso un cantautore che credeva nella musica e nei suoi ideali.

 

“Tu, mio”: l’opera di Marianna Esposito commuove gli spettatori reatini al Piccolo Teatro dei Condomini

di Francesco Aniballi

“Era l’estate dei miei sedici anni” spiega il protagonista Enrico appena le luci soffuse illuminano pallidamente il palcoscenico del Piccolo Teatro dei Condomini a Rieti. Con questa affermazione, che connota temporalmente l’ambientazione, si apre l’opera teatrale “Tu, mio” di Marianna Esposito liberamente tratta dall’omonimo romanzo di Erri De Luca. I sedici anni, si sa, sono l’età dell’adolescenza consapevole, nella quale la strada verso la maturità sta per essere percorsa. Un sentiero che porta alla crescita interiore già percorso dal protagonista, in parte, alla fine del secondo conflitto mondiale. Anche se non attivamente partecipe alla guerra Enrico, interpretato da Ettore Distasio, è maturato velocemente perdendo ciò che di più puro e fanciullesco può soggiornare in un giovane a metà tra l’adolescenza e l’età adulta. Enrico è un ragazzo di città che trascorre le vacanze estive ad Ischia, perla del Tirreno, dove l’adolescente ogni anno si trasforma in pescatore apprendista grazie al prezioso aiuto di Nicola: marinaio, reduce di guerra che cura con amorevole attenzione la barca dello zio del protagonista. La pesca, il mare, la spiaggia, la calda stagione che incentiva amori fugaci ma intensi. Come quello tra Enrico e Caia, ragazza ebrea rumena che vive e studia in Svizzera, interpretata magistralmente da Marianna Esposito. È una fanciulla enigmatica Caia, emigrata nella Confederazione Helvetica per motivi razziali, prima che il padre perdesse la vita in guerra e prima che l’Europa fosse sconvolta dal tragico evento della shoah.

Nonostante la giovane tenti di mettere da parte il dolore ed i ricordi infelici, che l’hanno quasi da sempre accompagnata, la malinconia riaffiora durante gli incontri con Enrico che, al contrario, sono carichi di dolcezza e tenerezza. La stessa tenerezza che Enrico pone nei confronti di Caia quando essa si lascia andare ai racconti più commoventi della propria esperienza personale. Intanto sullo sfondo, fortunatamente, lo spettro della guerra sta per svanire. L’Italia, come tutta l’Europa ed il mondo, tenta di dimenticare gli anni della tragedia confidando in una catarsi rigeneratrice.

L’opera della drammaturga lombarda, che ha aperto la stagione 2016 dello storico teatro reatino, è veramente struggente. La scenografia essenziale composta da teli di plastica trasparente che riflettono la luce blu di un’atmosfera marina, permette allo spettatore di vagare spazialmente prefigurandosi un luogo immaginario. La scelta delle canzoni dell’epoca, che evidenziano i passaggi nodali dell’opera, donano un valore aggiunto alla rappresentazione. Sempre in tema di musica l’aver inserito la canzone “Yerushalayim shel zahav” nel momento centrale in cui Caia ricorda urlando di dolore i momenti più crudi della shoah, offre un momento di alto pathos rimarcato proprio dalla melodia commovente. Il lavoro, preparato in sei mesi dopo una complessa opera di documentazione e ricerca rievoca con rispetto e con piglio deciso, un periodo drammatico della storia nazionale e internazionale dal quale si è usciti con fatica anche grazie al coraggio e alla forza dei giovani di quella generazione così provata.